Voglio pensare a noi ancora sull'erba umida, per ore, a parlare delle cose belle che ti eri dimenticato.
Voglio pensarla così perché so che per tutta la vita non ho fatto altro che correre, incolpando gli altri, quando in realtà stavo scappando da me stessa.
Voglio pensarla così perché so cos'è il dolore, e so cosa si prova quando la gente ci ferisce, ma so anche che non è nulla rispetto a quanta pena ci infliggiamo da soli.
Voglio pensarla così perché so che non ci sarà il futuro che avevamo immaginato, e mi tremano le mani.
Voglio pensarla così perché è dogmatico non ottenere mai cosa si vorrebbe, ma almeno c'è qualcosa di bello da ricordare.
Voglio pensarla così perché è un segreto eternamente nostro, un'immagine ferma nel passato, carta ingiallita più vivida che mai.
Voglio pensarla così perché altrimenti sento una stretta al petto e non riesco a respirare.
lunedì 4 novembre 2013
domenica 3 novembre 2013
Nulla.
Domenica
pomeriggio. Ennesimo fine settimana passato a dimenticare. Dimenticare cosa? La
persona che ero. La persona che mi piaceva essere. Non mi è mai mancata la
felicità eppure l’ho sempre cercata affannosamente, era lì e non la sentivo.
Avevo dei progetti, avevo delle idee, avevo voglia di fare, di tentare. Mesi fa
ho deciso di allontanarmi da qualsiasi cosa, di scappare, non mi piaceva il
posto dove mi trovavo, non mi piaceva essere circondata dalle persone che mi
volevano bene più di chiunque altro, non sapevo più dove fossi, chi fossi. Sono
partita per una città del tutto sconosciuta sperando di trovare la chiarezza di
cui avevo bisogno, ma ho trovato solo tanta confusione. E’ stato bello
divertirsi, conoscere persone totalmente diverse da quelle che mi ero lasciata
alle spalle, contare solo sulle mie forze. Ma stare da soli può avere solo una
conseguenza: quella di uscirne totalmente cambiati. Sta a noi decidere se il
cambiamento sia in meglio o in peggio, e io non ho fatto la scelta migliore. Ho
completamente perso di vista quelle che erano le poche certezze su cui sapevo
di poter contare, quella sicurezza a cui mi aggrappavo come fosse l’unica cosa
che avevo. E ora sono qui, senza niente tra le mani se non tanta disperazione,
senza più sorrisi se non quelli amorfi che si storpiano sotto qualche luce
stroboscopica mista a musica che mi perfora la testa facendomi perdere
completamente il senso dello spazio e del tempo.
E’ facile
vivere così, non pensare a niente e a nessuno, ci si sente leggeri. O perlomeno
è quello che ci si ripete. Mi autoconvinco che vada bene perché non ho più la
forza di fare alcun’altra cosa. Non ho più la forza di lottare per ciò in cui
credevo, non ho più gli interessi di cui ero tanto fiera. Non ho più nulla e
questo vuoto, sì, rende leggeri, ma più cresce più crea un enorme buco dentro,
e allora inizia a pesare, a pesare da morire. Non ho più pensato alla morte,
quello no. Non la vedo come una soluzione quanto piuttosto come un fallimento e
questo mi porta a credere che una parte di me serbi ancora un po’ di speranza.
Sono uscita dalla peggiore delle sofferenze a testa alta, sono stata forte in
un momento in cui nessuno sarebbe riuscito anche solo a respirare. Forse il
colpo l’ho accusato dopo, forse continuo ad accusarlo ogni giorno senza neanche
rendermene conto. Forse dovrei smettere di ricordare. Quei giorni ormai lontani
sono incisi in ogni parte del mio corpo e bruciano, ma più che vederli come un
motivo per tornare ad essere forte, inizio a credere che forse tanto forte non
lo sono mai stata. Forse scrivere non mi farà stare meglio, ma dopo tanto tempo
ho voglia di provare. E scendono lacrime che non sento neanche mie, sono le
lacrime di tutto ciò che ho abbandonato per correre dietro a qualcosa di
indefinito. Correre. Qualcuno disse: “per quanto tu abbia fiato, se scappi da
qualcosa che hai dentro quanto pensi di andare lontano?” e non c’è cosa più
vera. Continuo a scappare da me stessa e ad inseguirmi allo stesso tempo. Sono preda
di una sorta di delirio interiore che mi consuma. Non ho validi motivi per
alzarmi dal letto la mattina. Non ho pensieri felici o tristi prima di
addormentarmi. Niente. Niente. Niente. E credo che nulla faccia più male del
nulla stesso.
venerdì 11 ottobre 2013
Parole per anime perse - Lampedusa
Anni fa ho dato l’esame di licenza media nella scuola italiana di Asmara in Eritrea. Mi ero trasferita lì pochi mesi prima e ricordo che il giorno del colloquio orale il presidente della commissione mi chiese cosa mi fosse rimasto particolarmente impresso di quel paese. Risposi che a colpirmi erano stati i sorrisi. Mi sembrava assurdo e allo stesso tempo meraviglioso come persone che non hanno nulla, che soffrono, che non hanno la protezione di nessuno, che sono ogni giorno vittime di soprusi, violenze, intimidazioni, fossero in grado di sorridere così tanto.
Ho vissuto in Eritrea per due anni e lì ho alcuni dei miei migliori ricordi, così come dei peggiori. Lì è rimasta gran parte del mio cuore e quando sono venuta a conoscenza dell’ennesimo barcone di profughi la cui sorte non è stata delle migliori, una parte di me è morta insieme a loro.
La tristezza e il dolore iniziali si sono trasformati in rabbia e rancore nei giorni a seguire, leggendo nel web notizie come “stupratori a bordo: ecco chi salviamo” o commenti di politici e gente comune contro l’immigrazione di queste persone.
Ecco, vorrei iniziare facendo notare a tutti che la presenza di uno stupratore sulla nave – sempre che la notizia sia fondata – non giustifica la mancata risposta alla richiesta di aiuto di migliaia di persone né tanto meno la loro morte.
A coloro che sbuffano ogni volta che si viene a sapere dell’arrivo di un nuovo barcone di profughi vorrei invece chiedere di andare nella più vicina agenzia viaggi e prendere un biglietto per quei paesi, di fare la valigia e partire, camminare tra quella gente, parlarci, ascoltarla, vedere come vive e, soprattutto, vedere come muore. Poi, a “vacanza” finita, vorrei chiedere cosa ne pensano, vorrei sapere COSA GLI PASSA PER LA TESTA DOPO AVER VISTO LE CONDIZIONI DI VITA DI PERSONE CHE NON HANNO FATTO NULLA, ASSOLUTAMENTE NULLA, PER MERITARSELO.
Questo genere di persone, però, non è nulla rispetto ai finti buonisti, agli ipocriti sempre pronti a scuotere la testa con sdegno e a dire quanto ciò sia vergognoso e ingiusto, quanto gli dispiaccia, per poi tornare a vivere la propria vita come se nulla fosse, come se quella gente non esistesse.
Se ogni giorno muoiono migliaia di persone nei paesi del terzo mondo, o migliaia di immigrati che cercano la salvezza nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, è soprattutto colpa vostra. E’ colpa di voi che vi lamentate ma non agite, di voi che fingete che sia normale, che è così che debbano andare le cose, di voi convinti che non siamo tutti uguali. E’ colpa vostra perché chiudete gli occhi davanti a un mondo che cade sempre più in basso, è colpa vostra perché insieme si potrebbe fare tanto, ma continuate a lasciare che i “grandi” e i “potenti” mangino sulle spalle della povera gente.
Io non penso di essere Maria Teresa di Calcutta né il Mahatma Gandhi, ma penso che un cuore ce l’abbiamo tutti e che nel nostro piccolo possiamo fare tutti qualcosa, magari iniziare ad informarci e poi, magari, aiutare, in qualsiasi modo, che di modi per aiutare ce ne sono tanti.
Per concludere vorrei ricordarvi che dobbiamo ritenerci tutti fortunati, fortunati perché qualcuno ha deciso che noi siamo destinati a stare meglio di altri, ma vorrei anche ricordarvi che l’essere fortunati e l’essere egoisti e ipocriti sono due cose ben diverse, tutto sta nel capire da che parte stiamo.
Il mio cuore è con tutti coloro che sono morti su quella barca, tra quelle acque, durante il naufragio sulle coste di Lampedusa,
è con i miei amici dispersi e con quelli salvati,
è con le loro famiglie che hanno dato tanto per permettere loro di arrivare fin lì e forse non avranno più loro notizie,
è con chi ce l’ha fatta e sa quanto sia difficile andare avanti,
è con chi, in qualsiasi altra parte del mondo, soffre per gli errori di qualcun altro,
è con chi spera che le cose possano cambiare e si comporta di conseguenza.
Ho vissuto in Eritrea per due anni e lì ho alcuni dei miei migliori ricordi, così come dei peggiori. Lì è rimasta gran parte del mio cuore e quando sono venuta a conoscenza dell’ennesimo barcone di profughi la cui sorte non è stata delle migliori, una parte di me è morta insieme a loro.
La tristezza e il dolore iniziali si sono trasformati in rabbia e rancore nei giorni a seguire, leggendo nel web notizie come “stupratori a bordo: ecco chi salviamo” o commenti di politici e gente comune contro l’immigrazione di queste persone.
Ecco, vorrei iniziare facendo notare a tutti che la presenza di uno stupratore sulla nave – sempre che la notizia sia fondata – non giustifica la mancata risposta alla richiesta di aiuto di migliaia di persone né tanto meno la loro morte.
A coloro che sbuffano ogni volta che si viene a sapere dell’arrivo di un nuovo barcone di profughi vorrei invece chiedere di andare nella più vicina agenzia viaggi e prendere un biglietto per quei paesi, di fare la valigia e partire, camminare tra quella gente, parlarci, ascoltarla, vedere come vive e, soprattutto, vedere come muore. Poi, a “vacanza” finita, vorrei chiedere cosa ne pensano, vorrei sapere COSA GLI PASSA PER LA TESTA DOPO AVER VISTO LE CONDIZIONI DI VITA DI PERSONE CHE NON HANNO FATTO NULLA, ASSOLUTAMENTE NULLA, PER MERITARSELO.
Questo genere di persone, però, non è nulla rispetto ai finti buonisti, agli ipocriti sempre pronti a scuotere la testa con sdegno e a dire quanto ciò sia vergognoso e ingiusto, quanto gli dispiaccia, per poi tornare a vivere la propria vita come se nulla fosse, come se quella gente non esistesse.Se ogni giorno muoiono migliaia di persone nei paesi del terzo mondo, o migliaia di immigrati che cercano la salvezza nei paesi sviluppati e in via di sviluppo, è soprattutto colpa vostra. E’ colpa di voi che vi lamentate ma non agite, di voi che fingete che sia normale, che è così che debbano andare le cose, di voi convinti che non siamo tutti uguali. E’ colpa vostra perché chiudete gli occhi davanti a un mondo che cade sempre più in basso, è colpa vostra perché insieme si potrebbe fare tanto, ma continuate a lasciare che i “grandi” e i “potenti” mangino sulle spalle della povera gente.
Io non penso di essere Maria Teresa di Calcutta né il Mahatma Gandhi, ma penso che un cuore ce l’abbiamo tutti e che nel nostro piccolo possiamo fare tutti qualcosa, magari iniziare ad informarci e poi, magari, aiutare, in qualsiasi modo, che di modi per aiutare ce ne sono tanti.
Per concludere vorrei ricordarvi che dobbiamo ritenerci tutti fortunati, fortunati perché qualcuno ha deciso che noi siamo destinati a stare meglio di altri, ma vorrei anche ricordarvi che l’essere fortunati e l’essere egoisti e ipocriti sono due cose ben diverse, tutto sta nel capire da che parte stiamo.
Il mio cuore è con tutti coloro che sono morti su quella barca, tra quelle acque, durante il naufragio sulle coste di Lampedusa,
è con i miei amici dispersi e con quelli salvati,
è con le loro famiglie che hanno dato tanto per permettere loro di arrivare fin lì e forse non avranno più loro notizie,
è con chi ce l’ha fatta e sa quanto sia difficile andare avanti,
è con chi, in qualsiasi altra parte del mondo, soffre per gli errori di qualcun altro,
è con chi spera che le cose possano cambiare e si comporta di conseguenza.
domenica 2 giugno 2013
1. Tag
7.58, areoporto di Fiumicino.
Dovunque io mi giri ci sono persone che si abbracciano, piangono, sorridono, si scambiano addii e promesse. In fondo cos'altro è la vita? Un continuo alternarsi di abbracci, lacrime, sorrisi, addii e promesse. A quale scopo? Quello di sentirsi un po' meno soli, credo.
giovedì 30 maggio 2013
Quello che accade in mezzo è la vita
Bisogna imparare a cavarsela da soli. Non
perché le persone deludono, no. Quello è un dato di fatto, un qualcosa che si è
sempre saputo e sempre si saprà.
Bisogna imparare a cavarsela da soli perché è così che deve essere. Nasciamo e moriamo soli. Quello che accade in mezzo è la vita. E la vita non è giusta, la vita non ti ascolta. La vita fa il suo corso e tu ti adegui.
Ti guardi
intorno e ti rendi conto che non c’è molto che si possa fare, solo andare
avanti. Non che questo debba portare a rassegnarsi, no.
La verità è che ci attacchiamo agli altri perché abbiamo paura, non perché ne abbiamo bisogno. E la paura porta solo ad altra paura. Bisogna smettere di avere paura e alzare gli occhi al cielo, essere forti.
Se durante
la vita dovessimo incontrare qualcuno che ne vale la pena, con questa persona
bisognerebbe condividere la felicità, non la paura.
Il principio
di causalità sancisce che una cosa può
generare solo se stessa, per cui è necessario attaccarsi alla felicità, non
alla paura. E bisogna capirlo presto, perché quando è tardi non si riesce a
smettere.
lunedì 27 maggio 2013
Scrivo
Io non so parlare.
Per questo scrivo.
Scrivo per chi ha perso tanto, ma vuole ancora tutto.
Scrivo per chi tenta ogni giorno di catturare l'infinito, arraffare l'incondizionato.
Scrivo per chi sa che la vita è più di questo, e non si accontenta.
Scrivo per chi spera, così come per chi si dispera.
Scrivo perché le parole lette ti entrano dentro più di qualsiasi odore, più di qualsiasi suono.
Scrivo perché un giorno possa rileggermi e sorridere.
Sarebbe bello
Sarebbe bello poter trasformare i brutti ricordi in qualcosa di buono. Sarebbe bello poter tornare indietro, ripercorrere quegli attimi e decidere di far andare le cose in modo diverso. Sarebbe bello dimenticare, andare avanti, smettere di flagellarsi, respirare.
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